Then it's Light

Regia di Alexander Delnevo

In Then it's Light la scelta del b/n, estrema saturazione unita ad un look volutamente "crudo", è concettuale, e ben rappresenta, a mio avviso, quella linea di confine che a prima vista sembra così chiara ed indistinguibile tra concetti dicotomici quali bianco e nero (luce e buio etc), ma che ad una analisi più ravvicinata e approfondita portano alla luce una linea frastagliata e tante sfumature.

Il cortometraggio ritrae un uomo imprigionato, in una cella di opprimente e massiccia mentre aspettando la fine (o inizio) del proprio destino. In un contesto di ambiguità e surrealtà, il protagonista appare rinchiuso all'interno delle inquadrature sovrastato dall'opprimente struttura, la quale rappresenta il suo guscio che protegge (e allo stesso tempo lo imprigiona) dall'esterno, dal mondo.
Il senso di colpa, da cui il prigioniero si sente così sopraffatto e che incombe, assume connotazioni ataviche e totalmente privi di alcuna conseguenza. Una sorta di colpa primordiale, insita in ognuno di noi, che divora e "intrappola" in una prigione interiore e puramente mentale.

La guardia carceraria, spersonalizzata da una maschera bianca che si riferisce direttamente a THX 1138 di George Lucas, (come la prigione è figlia de La Fortezza di Michael Mann), ha la funzione di aprire le porte e "liberare", rappresenta qualcosa (o qualcuno) che aiuta a uscire dal proprio guscio ed aprirsi all'esterno, rappresentato da un luce, in contrasto con l'oscurità di auto-prigionia, un esterno che sarà qualcosa di diverso per tutti, ma si tratta di una liberazione e un coraggioso passo avanti.
Questo può essere anche inteso come una metafora per la creazione artistica come una genesi che si chiude nelle tenebre e finché uno stimolo riesce a far fuoriuscire il tutto, facendo sì che il mondo possa entrare e viceversa, e, infine, aprirsi alla luce.

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